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«Non si è sviluppata una città comunicante». Intervista a Donato Guercio.

Cosa non è andato negli ultimi anni ad Eboli? E cosa ha funzionato?

Le cose che non sono andate ad Eboli sono praticamente le stesse che riguardano il Mezzogiorno d’Italia. In primis il lavoro, le migrazioni dei giovani, la sicurezza. L’assenza di un confronto politico vero che molti ormai ritengono superato non stimola l’assunzione di decisioni concrete, manca una visione programmatica proiettata nel futuro, non si ha la percezione del tempo che scorre inesorabile. Un esempio per tutti: l’attività del Consiglio Comunale ormai ridotta a screzi tra consiglieri senza mai proporre scelte coraggiose ed innovative che sarebbero utili ai cittadini. Quello che ha funzionato e che funziona è legato ad attività private, come ad esempio l’iniziativa, anche se è poca cosa, di alcuni ristoratori che hanno avuto il coraggio di investire nel centro storico di Eboli sopportando ancora oggi grossi ritardi. Funziona a pieno regime l’agricoltura della Piana del Sele, con gli impianti serricoli ed i prodotti di quarta gamma e la filiera della mozzarella. Questo, però, non genera un beneficio perché non ne usufruisce la maggior parte degli ebolitani che vivono in centro città. E’ questo un punto critico storico che andrebbe affrontato con grande professionalità e spirito innovativo.

 

Ai tempi della Sua esperienza da sindaco quale futuro immaginava per Eboli?

La mia esperienza di sindaco si è svolta dal 1990 al 1992, siamo negli ultimi anni di quello che veniva definito il “Progetto Eboli” sviluppato dal Partito Socialista negli anni 80. Di quella esperienza non resta la visione che si tentò di dare, cioè sviluppare una città comunicante, inserita in un contesto più ampio, quello della Piana del Sele. Alcuni punti caratterizzanti avrebbero dovuto guidare lo sviluppo, penso ad esempio al famoso progetto del “Porto Canale”, quale attrattore di investimenti privati, non fu capito da diverse forze politiche, accantonato negli anni. Non resta l’idea di un polo sanitario di eccellenza, si ottenne anche il finanziamento per il polo pediatrico di Acquarita, messo da parte dalla Regione Campania. Non resta l’idea di quello che doveva essere lo sviluppo collinare, il complesso di San Donato e altre realtà abbandonate che potrebbero essere ancora oggi luoghi per lo sviluppo di nuove attività economiche legate al tempo libero, allo sport, alla ristorazione.  Nel 1990/1991 il Consiglio Comunale affrontò concretamente il problema delle Terre dell’Orientale, votò la costituzione di un consorzio dei comuni della fascia costiera ed il Polo Agroalimentare di San Nicola Varco, se ne parla oggi, l’avevamo intuito tanti anni fa. Era questo il futuro che immaginavamo per Eboli, su cui lavorammo. I problemi di allora sono gli stessi di oggi, abbiamo problemi di logistica sia per il movimento delle persone che delle merci, la drammatica erosione della fascia costiera è davanti agli occhi di tutti.

 

Cosa resta della visione progettuale che ha animato il Suo sindacato?

Rimangono delle importanti opere pubbliche: il piano abitativo del centro storico  finanziato per 30 miliardi di vecchie lire con la legge 41/86, voluta dall’allora ministro Conte, la ricostruzione del complessi monumentali di San Francesco e di Sant’Antonio, la costruzione dello Stadio e del Palasele, il rifacimento di Viale Amendola, l’assegnazione di sedi definitive a diverse scuole ebolitane come il Liceo Classico, resta il parcheggio multipiano e la strada che porta all’ospedale. Rimangono opere ma non quell’idea di sviluppo, la gioia per aver messo la prima pietra per lo stadio ed il palazzetto non mi ripaga della delusione che provo nel vedere oggi Eboli non più motore economico e culturale della Piana del Sele.

 

Oggi alla luce della situazione che vive Eboli, quali crede siano gli ambiti e i settori prioritari su cui l’amministrazione comunale dovrebbe intervenire in maniera veloce?

Il primo problema in assoluto è quello del lavoro, ovviamente sono delle problematiche che il comune non può risolvere da solo poiché sono agganciate alla realtà territoriale circostante. Non bisogna però piangersi addosso, bisogna agire subito: l’area industriale di Eboli, unita a quella di Battipaglia rappresenta, a sud di Napoli, il primo territorio che ancora oggi può offrire spazi per l’insediamento di un manifatturiero di qualità e legato all’agricoltura. Dovrebbe essere un’area industriale valorizzata, rivista nei servizi ed offerta ad imprenditori disposti ad investire qui, assicurando loro poca burocrazia, tempi certi e sicurezza. Tanti giovani si spostano per lavoro, stiamo sostituendo la nostra popolazione giovane, professionalmente formata, con quella che proviene dal mondo extracomunitario o dell’est Europa, che ha invece bisogno di risolvere problemi primari. E’ questo un prezzo elevatissimo che paghiamo e che ci porteremo appresso per decenni.

 

Quali devono essere gli ambiti strategici per il futuro di Eboli in cui l’attività dell’amministrazione comunale dovrebbe concentrare gli sforzi per favorire economia, sviluppo ed occupazione?

Penso che bisogna avere il coraggio di fare le cose difficili. A fianco delle attività quotidiane va sviluppato un nuovo concetto di produzione e sviluppo economico, capire cosa possiamo fare concretamente. Ad esempio, cominciamo a chiedere ad ogni azienda che oggi opera sul nostro territorio quanti lavoratori hanno  e che mansioni ricoprono, cominciamo così a capire da dove partire. Un altro problema molto trascurato è il trasporto delle persone, siamo in una rete di metropolitana regionale senza sapere cosa sia. Gli studenti universitari raggiungono ancora oggi Fisciano con mezzi propri o pullman strapieni, i pochi treni mattutini sono affollatissimi: serve un’azione immediata e convinta.  Il piano di recupero del centro storico andrebbe completato, pensare come far circolare al suo interno le auto, servono i parcheggi. Non è più sopportabile lo stato in cui versa l’area dell’ex Pastificio Pezzullo. Lo sforzo principale che andrebbe compiuto è quello di creare un pool di esperti, formato da dipendenti comunali e professionisti esterni, capace di lavorare a tempo pieno sui progetti di sviluppo e ricerca dei fondi, siano essi nazionali, comunitari o di privati.

Intervista di Luella Mazzara

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